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martedì 1 novembre 2011
L'italia a metà '800
Questo è un primo esempio di un video che potete creare e pubblicare a partire da un lavoro realizzato da voi. Non è perfetto, ovviamente. Si dovrebbero calibrare i tempi di transizione delle immagini e aggiungere un commento audio, tuttavia è già un inizio. Grazie a Daniele e Nicola.
domenica 25 settembre 2011
Paolina Borghese - Antonio Canova
Paolina Borghese Bonaparte è un tipico esempio di scultura neoclassica. L'artista veneto la realizzò nel 1805.
Qui la sorella di Napoleone è rappresentata come Venere Vincitrice, mitigando così, con il pretesto del riferimento mitologico, le inevitabili critiche verso colui che aveva osato ritrarre a seno nudo la giovane di sangue imperiale.
La statua è oggi conservata nella Galleria Borghese di Roma
Qui la sorella di Napoleone è rappresentata come Venere Vincitrice, mitigando così, con il pretesto del riferimento mitologico, le inevitabili critiche verso colui che aveva osato ritrarre a seno nudo la giovane di sangue imperiale.
La statua è oggi conservata nella Galleria Borghese di Roma
lunedì 28 febbraio 2011
Divisionismo italiano
Giuseppe Pellizza da Volpedo
Dintorni di Milano, 1868 - Morto a Milano 1i 14 giugno 1907
" Non è la verità vera che io debbo rappresentare nel quadro, ma la verità ideale. Il conflitto di queste due verità nella mente dell'artista che produce l'opera fa sì che questa resti incompleta. L'artista che, cercando la verità, volesse starsi troppo attaccato al vero, perde lo scopo suo, non lo raggiunge. E' nel sacrificio del vero reale che si raggiunge la verità ideale ".
I suoi genitori erano piccoli proprietari terrieri che commercializzavano i loro prodotti nell'area dell'alessandrino ed a Milano. Proprio per il commercio i Pellizza entrarono in contatto con personaggi di primo piano della cultura milanese dell'Ottocento, come i fratelli Grubicy, mercanti d'arte che sostenevano l'arte contemporanea.
Alberto Grubicy ebbe un ruolo fondamentale nella sua vita: difatti l'indirizzò al disegno (a cui era predisposto) e dopo le scuole dell'obbligo a Castelnuovo Scrivia, all'Accademia di Brera. Qui frequentò il pittore Giuseppe Puricelli, fautore della pittura "verità e natura"; poi Pio Sanquirico, altro pittore importante nella Milano degli anni Settanta.
Terminato il tirocinio sotto la guida di illustri maestri: Francesco Hayez e Giuseppe Bertini, decise nel 1887 di recarsi a Roma, dove s'iscrisse all'Accademia di San Luca, poi all'Accademia di Francia. Non soddisfatto, nel 1888 si recò a Firenze per frequentare l'Accademia di Belle Arti, conoscendo così il maestro Giovanni Fattori. Alla fine dell'anno accademico, tuttavia, egli lasciò Firenze e ritornò "pronto", secondo il giudizio del Fattori, ad affrontare la pittura dal vero, attraverso lo studio della natura.
Per perfezionare ulteriormente la sua tecnica si recò nel 1889 a Bergamo per incontrare il ritrattista Cesare Tallone. Nel dicembre del 1889 si recava a Parigi in occasione dell'Esposizione Universale, ma interruppe il viaggio per la morte della sorella Antonietta. Decise così di fermarsi a vivere e lavorare in Volpedo. Tale decisione venne stigmatizzata dal suo matrimonio contratto nel 1892 con la diciassettenne Teresa Bidone. Da quell'anno inoltre cominciò ad aggiungere al suo cognome quel "da Volpedo" che finì per connotare costantemente la sua firma.
Iniziò ad inviare i suoi quadri alle prime esposizioni importanti e ben presto divenne conosciuto: Genova (1892 mostra celebrativa della scoperta dell'America), Milano nel 1894 (seconda Triennale) dove ottenne importanti riconoscimenti. Abbandonò la semplice ripresa dal vero, orientandosi verso un'arte di tipo simbolista.
Nel 1900 egli poté ritornare a Parigi per l'Esposizione Internazionale cui partecipava anche il suo "Specchio della vita", che si impone come un'opera cardine nelle discussioni sul simbolismo.
Nel 1902 espose "Il quarto stato" alla Quadriennale torinese senza ottenere un grande successo.
Le polemiche attorno a questa sua opera lo allontanarono dagli amici e si ritrovò a dover ricostruire una vita di relazioni.
Intanto era morto il suo riferimento: Giovanni Segantini. Non viaggiò fino al 1904, quando decise di intraprendere un viaggio in Engadina, nei luoghi di Segantini, dedicandosi alla pittura di paesaggio; sentiva infatti il bisogno di riflettere maggiormente sull'opera di Segantini, perciò volle andare a visitare le alte vette che avevano spesso ispirato l'artista ormai scomparso.
Nel 1906 fu nuovamente a Roma, ove riuscì a vendere alcune sue opere, infatti non vendeva quasi nulla, tranne qualche ritratto su commissione. Nello stesso anno vendette altre due opere, di cui una allo Stato. Sembrava l'inizio di un periodo fortunato, che invece venne sconvolto dalla morte, in conseguenza di un parto sfortunato, del figlio terzogenito e dell'amatissima moglie. Cadde così in una profonda depressione che lo portò a togliersi la vita, impiccandosi nel suo studio la mattina del 14 giugno del 1907.
Dintorni di Milano, 1868 - Morto a Milano 1i 14 giugno 1907
" Non è la verità vera che io debbo rappresentare nel quadro, ma la verità ideale. Il conflitto di queste due verità nella mente dell'artista che produce l'opera fa sì che questa resti incompleta. L'artista che, cercando la verità, volesse starsi troppo attaccato al vero, perde lo scopo suo, non lo raggiunge. E' nel sacrificio del vero reale che si raggiunge la verità ideale ".
I suoi genitori erano piccoli proprietari terrieri che commercializzavano i loro prodotti nell'area dell'alessandrino ed a Milano. Proprio per il commercio i Pellizza entrarono in contatto con personaggi di primo piano della cultura milanese dell'Ottocento, come i fratelli Grubicy, mercanti d'arte che sostenevano l'arte contemporanea.
Alberto Grubicy ebbe un ruolo fondamentale nella sua vita: difatti l'indirizzò al disegno (a cui era predisposto) e dopo le scuole dell'obbligo a Castelnuovo Scrivia, all'Accademia di Brera. Qui frequentò il pittore Giuseppe Puricelli, fautore della pittura "verità e natura"; poi Pio Sanquirico, altro pittore importante nella Milano degli anni Settanta.
Terminato il tirocinio sotto la guida di illustri maestri: Francesco Hayez e Giuseppe Bertini, decise nel 1887 di recarsi a Roma, dove s'iscrisse all'Accademia di San Luca, poi all'Accademia di Francia. Non soddisfatto, nel 1888 si recò a Firenze per frequentare l'Accademia di Belle Arti, conoscendo così il maestro Giovanni Fattori. Alla fine dell'anno accademico, tuttavia, egli lasciò Firenze e ritornò "pronto", secondo il giudizio del Fattori, ad affrontare la pittura dal vero, attraverso lo studio della natura.
Per perfezionare ulteriormente la sua tecnica si recò nel 1889 a Bergamo per incontrare il ritrattista Cesare Tallone. Nel dicembre del 1889 si recava a Parigi in occasione dell'Esposizione Universale, ma interruppe il viaggio per la morte della sorella Antonietta. Decise così di fermarsi a vivere e lavorare in Volpedo. Tale decisione venne stigmatizzata dal suo matrimonio contratto nel 1892 con la diciassettenne Teresa Bidone. Da quell'anno inoltre cominciò ad aggiungere al suo cognome quel "da Volpedo" che finì per connotare costantemente la sua firma.
Iniziò ad inviare i suoi quadri alle prime esposizioni importanti e ben presto divenne conosciuto: Genova (1892 mostra celebrativa della scoperta dell'America), Milano nel 1894 (seconda Triennale) dove ottenne importanti riconoscimenti. Abbandonò la semplice ripresa dal vero, orientandosi verso un'arte di tipo simbolista.
Nel 1900 egli poté ritornare a Parigi per l'Esposizione Internazionale cui partecipava anche il suo "Specchio della vita", che si impone come un'opera cardine nelle discussioni sul simbolismo.
Nel 1902 espose "Il quarto stato" alla Quadriennale torinese senza ottenere un grande successo.
Le polemiche attorno a questa sua opera lo allontanarono dagli amici e si ritrovò a dover ricostruire una vita di relazioni.
Intanto era morto il suo riferimento: Giovanni Segantini. Non viaggiò fino al 1904, quando decise di intraprendere un viaggio in Engadina, nei luoghi di Segantini, dedicandosi alla pittura di paesaggio; sentiva infatti il bisogno di riflettere maggiormente sull'opera di Segantini, perciò volle andare a visitare le alte vette che avevano spesso ispirato l'artista ormai scomparso.
Nel 1906 fu nuovamente a Roma, ove riuscì a vendere alcune sue opere, infatti non vendeva quasi nulla, tranne qualche ritratto su commissione. Nello stesso anno vendette altre due opere, di cui una allo Stato. Sembrava l'inizio di un periodo fortunato, che invece venne sconvolto dalla morte, in conseguenza di un parto sfortunato, del figlio terzogenito e dell'amatissima moglie. Cadde così in una profonda depressione che lo portò a togliersi la vita, impiccandosi nel suo studio la mattina del 14 giugno del 1907.
Giovanni Segantini
Arco (TN),15 gennaio 1858 - Monte Schafberg (q. 2.770m. s.l.m), 28 settembre 1899.
Dopo un'infanzia drammatica a causa delle ristrettezze economiche e della morte della madre quando Giovanni ha solo sette anni, viene affidato alla sorellastra. Il ragazzo finisce rinchiuso in riformatorio per vagabondaggio dove resterà fino al 1873, quando viene affidato al fratellastro Napoleone, residente a Borgo Valsugana dove possiede un laboratorio fotografico. Per qualche anno Giovanni Segantini lavora nel laboratorio fotografico affinando la sua sensibilità artistica, cosa che lo spinge ad applicarsi allo studio della pittura.
Dal 1878 al 1879 frequenta corsi regolari all'Accademia di Brera, dove segue le lezioni di Giuseppe Bertini e stringe amicizia con Emilio Longoni, allora aspirante pittore come lui.
Nell'ambito accademico il "Verismo Lombardo" va per la maggiore e le prime opere di Segantini risentono di questa influenza.
Durante l'Esposizione Nazionale di Brera del 1879, viene notato dalla critica milanese, incontra il pittore ungherese Vittore Grubicy, che ne intuisce il talento e col quale instaura un rapporto d'amicizia. Nel 1880 si sposa e si trasferisce con la moglie a Pusiano in Brianza, dove dipinge con il sostegno finanziario di Vittore Grubicy che con il fratello si occupa del mercato dell'arte.
Per alcuni anni Giovanni vive in Brianza, spostandosi alla ricerca di nuovi paesaggi che riprende con Emilio Longoni, stipendiato come lui dai Grubicy, con la cui organizzazione sottoscrive, nel 1883, un contratto esclusivo. Nelle opere del periodo brianzolo i soggetti preferiti di Segantini riguardano la vita agreste, il lavoro nei campi, il pascolo, la tosatura e la filatura, nello sforzo artistico di liberarsi dell'impostazione accademica per trovare uno stile personale. All'Esposizione Internazionale di Amsterdam gli viene assegnata la medaglia doro per la prima versione del dipinto "Ave Maria a trasbordo" e, nell'autunno del 1885, inizia quello che rimarrà forse il suo quadro più conosciuto, "Alla stanga".
Nel 1886 Giovanni Segantini si stabilisce a Savognino nel Canton Grigioni con la famiglia che è cresciuta (4 figli). Spinto dal gallerista Grubicy, inizia il progressivo avvicinamento alla tecnica divisionista, prima con alcune sperimentazioni ed in seguito con un'adesione totale, affinando, nello stesso tempo i suoi interessi culturali collaborando anche a riviste d'arte. I fratelli Grubicy promuovono i suoi lavori e accrescono la sua fama per mezzo di una intelligente attività promozionale. Dal 1889 Giovanni Segantini si avvicina al "Simbolismo" e le sue opere hanno per oggetto vere e proprie allegorie, sempre più legate agli esempi nordici. Ammiratore dei divisionisti francesi, applica in modo originale questa tecnica ai suoi dipinti, che assumono la caratteristica luminosità cristallina.
Il divisionismo che nasce ufficialmente nel 1891, quando le prime opere divisioniste vengono esposte alla Triennale di Brera, è una particolare tecnica, che consiste nell'accostare i colori puri e applicarli sulla tela a piccoli tratti. Segantini ottiene vari riconoscimenti sia in campo nazionale che internazionale e matura anche un proprio orientamento simbolista ma, assillato dai debiti, nel 1894 abbandona Savognino e si stabilisce in Engadina al Passo Maloja. La vita in questi luoghi incontaminati e solitari, intensifica l'innato misticismo di Segantini. In molti suoi dipinti degli anni '90, appare evidente il Simbolismo che alla fine del secolo si affermerà in Europa aprendo le porte all'Art Nouveau del nuovo secolo.
Invitato a collaborare alla realizzazione del padiglione dell'Esposizione Universale di Parigi del 1900, Giovanni Segantini prepara il "Trittico della Natura". Proprio per completare quest'opera il 18 settembre del 1899 l'artista sale ai 2.700 metri dello Schafberg, ma, colpito da un violento attacco di peritonite, Giovanni Segantini muore il 28 settembre 1899.
Arco (TN),15 gennaio 1858 - Monte Schafberg (q. 2.770m. s.l.m), 28 settembre 1899.
Dopo un'infanzia drammatica a causa delle ristrettezze economiche e della morte della madre quando Giovanni ha solo sette anni, viene affidato alla sorellastra. Il ragazzo finisce rinchiuso in riformatorio per vagabondaggio dove resterà fino al 1873, quando viene affidato al fratellastro Napoleone, residente a Borgo Valsugana dove possiede un laboratorio fotografico. Per qualche anno Giovanni Segantini lavora nel laboratorio fotografico affinando la sua sensibilità artistica, cosa che lo spinge ad applicarsi allo studio della pittura.
Dal 1878 al 1879 frequenta corsi regolari all'Accademia di Brera, dove segue le lezioni di Giuseppe Bertini e stringe amicizia con Emilio Longoni, allora aspirante pittore come lui.
Nell'ambito accademico il "Verismo Lombardo" va per la maggiore e le prime opere di Segantini risentono di questa influenza.
Durante l'Esposizione Nazionale di Brera del 1879, viene notato dalla critica milanese, incontra il pittore ungherese Vittore Grubicy, che ne intuisce il talento e col quale instaura un rapporto d'amicizia. Nel 1880 si sposa e si trasferisce con la moglie a Pusiano in Brianza, dove dipinge con il sostegno finanziario di Vittore Grubicy che con il fratello si occupa del mercato dell'arte.
Per alcuni anni Giovanni vive in Brianza, spostandosi alla ricerca di nuovi paesaggi che riprende con Emilio Longoni, stipendiato come lui dai Grubicy, con la cui organizzazione sottoscrive, nel 1883, un contratto esclusivo. Nelle opere del periodo brianzolo i soggetti preferiti di Segantini riguardano la vita agreste, il lavoro nei campi, il pascolo, la tosatura e la filatura, nello sforzo artistico di liberarsi dell'impostazione accademica per trovare uno stile personale. All'Esposizione Internazionale di Amsterdam gli viene assegnata la medaglia doro per la prima versione del dipinto "Ave Maria a trasbordo" e, nell'autunno del 1885, inizia quello che rimarrà forse il suo quadro più conosciuto, "Alla stanga".
Nel 1886 Giovanni Segantini si stabilisce a Savognino nel Canton Grigioni con la famiglia che è cresciuta (4 figli). Spinto dal gallerista Grubicy, inizia il progressivo avvicinamento alla tecnica divisionista, prima con alcune sperimentazioni ed in seguito con un'adesione totale, affinando, nello stesso tempo i suoi interessi culturali collaborando anche a riviste d'arte. I fratelli Grubicy promuovono i suoi lavori e accrescono la sua fama per mezzo di una intelligente attività promozionale. Dal 1889 Giovanni Segantini si avvicina al "Simbolismo" e le sue opere hanno per oggetto vere e proprie allegorie, sempre più legate agli esempi nordici. Ammiratore dei divisionisti francesi, applica in modo originale questa tecnica ai suoi dipinti, che assumono la caratteristica luminosità cristallina.
Il divisionismo che nasce ufficialmente nel 1891, quando le prime opere divisioniste vengono esposte alla Triennale di Brera, è una particolare tecnica, che consiste nell'accostare i colori puri e applicarli sulla tela a piccoli tratti. Segantini ottiene vari riconoscimenti sia in campo nazionale che internazionale e matura anche un proprio orientamento simbolista ma, assillato dai debiti, nel 1894 abbandona Savognino e si stabilisce in Engadina al Passo Maloja. La vita in questi luoghi incontaminati e solitari, intensifica l'innato misticismo di Segantini. In molti suoi dipinti degli anni '90, appare evidente il Simbolismo che alla fine del secolo si affermerà in Europa aprendo le porte all'Art Nouveau del nuovo secolo.
Invitato a collaborare alla realizzazione del padiglione dell'Esposizione Universale di Parigi del 1900, Giovanni Segantini prepara il "Trittico della Natura". Proprio per completare quest'opera il 18 settembre del 1899 l'artista sale ai 2.700 metri dello Schafberg, ma, colpito da un violento attacco di peritonite, Giovanni Segantini muore il 28 settembre 1899.
mercoledì 19 gennaio 2011
lunedì 17 gennaio 2011
Porta Pia: una porta nella storia di Roma e d'Italia
![]() |
Michele Cammarano, La carica dei bersaglieri a Porta Pia 1871, Olio su tela, 290x467, Napoli, Museo di Capodimonte |
Cenni storici
Porta Pia è l’ultima opera architettonica costruita da Michelangelo, e segna la transizione fra il Rinascimento ed il Barocco: edificata tra il 1561 ed il 1564 per volontà di Pio IV Medici di Milano, sostituì la Porta Nomentana, che si trovava a meno di cento metri da essa, e si rese necessaria per il cambiamento dell’assetto urbanistico dell’area.
Tre secoli dopo, il 20 settembre 1870, Porta Pia entrò nella storia italiana poiché la breccia che venne aperta dall’artiglieria del Regno d’Italia nelle sue vicinanze permise ai bersaglieri italiani di entrare nella città.
Descrizione
In memoria della breccia di Porta Pia, nel 1932 è stato aggiunto, nel Piazzale antistante la Porta, il monumento al Bersagliere: una scultura bronzea su di un alto piedistallo, voluta da Mussolini ed eseguita dall’architetto Italo Mancini e dallo scultore Publio Morbiducci. Dietro alla Porta, si trova il Museo Storico dei Bersaglieri, con la tomba monumentale di Enrico Toti.
Vicino a Porta Pia
Michelangelo propose a Pio IV tre progetti differenti di edificazione di Porta Pia: di certo l’aspetto attuale ha subito diversi cambiamenti, poiché molti documenti e medaglie dell’epoca riportano una Porta Pia piuttosto differente da quella che appare ora. Una seconda arcata venne aperta intorno al 1575 per agevolare il transito del traffico, come riportato con un’incisione sull’arcata centrale.
E’ divertente l’interpretazione della decorazione presente sul lato della porta all’interno della città, che ricorda una bacinella con un asciugamano e un sapone al centro. Si dice che si sia trattato di uno scherzo di Michelangelo, che in questa maniera voleva ricordare l’origine del pontefice Pio IV - che pare discendesse da una famiglia di barbieri. La facciata esterna fu terminata solo nel 1869, ad opera di Virginio Vespignani, che sembra si fosse ispirato ad un’incisione del 1568 che doveva essere abbastanza vicina al progetto originario di Michelangelo.

Vicino a Porta Pia
Porta Pia si trova al termine di Via XX Settembre, e all’inizio di Via Nomentana, davanti al Monumento al Bersagliere (Enrico Toti),
Nelle vicinanze: le catacombe di S.Nicomede, Villa Paolina e la Basilica di S.Agnese fuori le Mura.
Nelle vicinanze: le catacombe di S.Nicomede, Villa Paolina e la Basilica di S.Agnese fuori le Mura.
Gerolamo Induno: L’imbarco a Quarto del Generale Giuseppe Garibaldi
Solo a pochi mesi di distanza dal 6 giugno del 1860, data che vide la partenza dei Mille da Quarto e che diede avvio alla gloriosa campagna di Garibaldi nel sud d’Italia, Gerolamo Induno, attento cronista e allo stesso tempo interprete nostalgico della storia contemporanea, celebrava quegli stessi fatti, peraltro non ancora conclusi, all’autunnale rassegna braidense, con questa grande tela commissionatagli da Pietro Gonzales. Imprenditore lombardo attivo nel settore delle costruzioni di strade ferrate, Gonzales incrementò notevolmente la sua attività e, conseguentemente, i suoi straordinari capitali dopo l’Unità, tanto da diventare uno tra gli esponenti più ricchi dell’imprenditoria italiana. Appassionato collezionista, aveva destinato la tela di Induno alla sua villa di Tavernola sul lago di Como, villa Claudina, in seguito acquistata dalla famiglia Bocconi. Non stupisce dunque che la scelta del committente si fosse orientata su questo soggetto, ispirato a uno dei fatti salienti della conquista di quell’Unità di Italia che tanto aveva giovato alla sua fortuna biografica; tanto meno che essa ricadesse su Gerolamo Induno, appassionato e ormai riconosciuto interprete dell’epopea risorgimentale, una filone a lui caro e di cui aveva ormai acquisito una sorta di specializzazione, tanto da divenirne il traduttore per eccellenza; una competenza derivante anche dall’aver vissuto quegli eventi in prima persona da combattente, in particolare la partenza dei Mille, che seguì in qualità di pittore ufficiale.
La composizione, il cui esplicito intento celebrativo è evidenziato anche dal formato di dimensioni ragguardevoli, riferisce, in un rendiconto d’insieme estremamente accurato e di singolare valore storico-documentario, di ogni singolo particolare dell’ampia e articolata scena della leggendaria spedizione. Il maggior risalto è dato ai due piroscafi, il Piemonte e il Lombardo, conquistati da Nino Bixio il giorno precedente a Genova, raggiunti dalle scialuppe cariche di volontari pronti all’imbarco, e, naturalmente, alla gloriosa figura di Garibaldi, che ieratico rivolge verso la riva un solenne gesto di saluto. Induco, tuttavia, non rinuncia nemmeno in questa che può essere considerata una delle rappresentazioni più esplicitamente celebrative, a quella poetica degli affetti più intimi a cui andava sempre più legando la sua produzione pittorica, alla ripercussione sul privato degli eventi storici, ripercorrendo, nostalgicamente, episodi della vita più intima e confidenziale dei singoli combattenti. Ciò lo spinse a indugiare con partecipata attenzione sulle patetiche scene di addio che si consumavano sulla riva, sui volti addolorati delle figure femminili, in un insieme senza dubbio più spontaneo e convincente rispetto al resto della composizione più rigida nell’impaginazione della scena e trattenuta nella resa dei personaggi.
Come accade in altre composizioni di spirito analogo, Induno si preoccupò, forse anche eccessivamente, di permeare la composizione di solennità mediante il ricorso a una resa atmosferica estremamente suggestiva, in questo caso l’effetto di un tramonto ardente, accesissimo nei toni brillanti e nei vibratissimi tocchi di colore che l’artista declina tuttavia con fare disinvolto a una pittura tutta di genere, inaugurando così un filone destinato a riscuotere grande successo.
http://www.culturaitalia.it/pico/modules/galleryimage/it/galleryimage_0030.html
http://www.scuderiequirinale.it/Mediacenter/FE/CategoriaMedia.aspx?idc=252
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http://www.scuderiequirinale.it/Mediacenter/FE/CategoriaMedia.aspx?idc=252
venerdì 12 novembre 2010
Jean-Léon Gérôme (1824-1904) - Il mito di Pigmalione e Galatea

Pigmalione (dal greco pygmaios, nano), re di Cipro, secondo Arnobio (Adversus nationes, VI, 22), si sarebbe innamorato di una statua della dea Afrodite.
Arnobio, scrittore convertitosi al cristianesimo alla fine del III secolo, nel riprendere il mito di Pigmalione mira semplicemente a polemizzare con la mitologia pagana e a ridicolizzare il culto degli idoli. Tuttavia il precedente racconto di Ovidio (Le metamorfosi, X, 243), ha un significato più complesso: Pigmalione, re di Cipro, era anche uno scultore e aveva modellato una statua femminile, nuda e d’avorio, che egli stesso aveva chiamato Galatea (dal greco gala, galaktos, latte), della quale si era innamorato considerandola, come tutti gli innamorati, il proprio ideale femminile, superiore a qualunque donna, anche in carne e ossa, tanto da dormire accanto ad essa sperando che un giorno si animasse.
A questo scopo, nel periodo delle feste rituali in onore di Afrodite, Pigmalione si recò al tempio della dea, pregandola di concedergli per sposa l’essere creato dalle sue mani, rendendola una creatura umana: la dea acconsentì. Egli stesso vide la statua animarsi lentamente, respirare e aprire gli occhi.
Pigmalione e Galatea si sposarono ed ebbero un figlio di nome Pafo, che fu poi nome di una città di Cipro, famosa per un tempio dedicato alla dea dell’amore e altro nome della stessa Afrodite.
Ovidio descrisse così, secondo il tema del suo scritto, la metamorfosi di un essere inanimato, ma alla base del mito non vi è, come credeva Arnobio, la banale adorazione di un idolo, ma la dedizione dell’artista al prodotto della sua arte che si spinge fino alla immedesimazione e al congiungimento con esso, ottenuto attraverso la ricerca di Afrodite, cioè della bellezza e dell’amore.
mercoledì 3 novembre 2010
Gericault E Delacroix
Gericault E Delacroix
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sabato 30 ottobre 2010
Giuseppe Piermarini
Il 1770 fu un anno di grande svolta per Milano. L’arciduca Ferdinando, uno dei più giovani figli maschi di Maria Teresa, doveva sposare con grande solennità Maria Beatrice d’Este e stabilirsi a Milano come nuovo governatore, quasi viceré di un rinnovato ducato che sommava assieme i ducati di Milano e di Mantova sotto la nuova denominazione di Lombardia austriaca.L’architetto Piermarini, nominato architetto di Stato, si mise subito al lavoro per costruire una dimora adeguata agli illustri sposi, comprendente secondo l’uso del tempo una residenza in città ed una villa in campagna. Per quanto riguarda la villa si arrivò presto a definire la nuova sede di Monza e lo stradone di Loreto che collegava direttamente Porta Orientale con il rondò di Monza e la villa. Sulla residenza in città ci furono invece dei tentennamenti iniziali. Il vecchio palazzo dei governatori (attuale Palazzo Reale) era vecchio, malandato e troppo soffocato dall’edilizia circostante. Non aveva alcuna possibilità di allargarsi su un giardino e persino pochissimo spazio per le scuderie.
La prima idea del Piermarini per ovviare a questi inconvenienti si concretizzò in un progetto che vide il nuovo palazzo occupare i terreni situati tra la Cavalchina (via Manin), i Bastioni e la strada Isara (via Palestro), terreni di proprietà dei Dugnani, che li affittavano come orti e frutteti a contadini residenti in una cascina che si affacciava sulla strada Isara. Non sappiamo perché questo progetto venne scartato. Probabilmente perché c’era sproporzione tra l’ampiezza del giardino e l’angustia dell’edificio destinato a residenza oppure perché Maria Teresa riteneva troppo dispendiosa l’idea di due nuove costruzioni. Comunque sia, si ripiegò subito per una ristrutturazione del vecchio palazzo accanto al Duomo e la zona di Porta Orientale rimase ancora per qualche anno nelle misere condizioni che l’avevano sempre caratterizzata.
MilanoBoschetti
Giardini pubblici di Porta Venezia
Monte di Pietà
Palazzo Belgiojoso
Palazzo Greppi
Palazzo Reale
Piazza Fontana - Arcivescovado
Piazza Fontana - fontana di piazza
Teatro alla Scala
Boschetti Giardini pubblici di Porta Venezia
Monte di Pietà
Palazzo Belgiojoso
Palazzo Greppi
Palazzo Reale
Piazza Fontana - Arcivescovado
Piazza Fontana - fontana di piazza
Teatro alla Scala
Cassano d'AddaVilla Borromeo
Monza
Villa Reale
venerdì 29 ottobre 2010
Neoclassicismo, Canova e David
lunedì 25 ottobre 2010
Jean Auguste Dominique Ingres: "Il bagno turco"
Considerato che l'Itinerario nell'Arte della Zanichelli si è dimenticato di presentare quest'opera e visto che Il bagno turco rappresenta uno dei dipinti fondamentali nella produzione di Ingres, mi attivo per colmare la lacuna.
Si ricordi che l'esibizione del nudo femminile non era poi così scontata nel XIX secolo. Per evitare critiche o censure, gli artisti ricorrevano ad artifizi come il richiamo ai miti pagani (v. la "Paolina Borghese" del Canova, ritratta "come Venere vincitrice") o l'ambientazione esotica, come in questo caso. Il concetto che si veicolava si reggeva su un razzismo nemmeno troppo velato: ciò che sarebbe potuto apparire sconveniente per una dama dell'800 francese, poteva risultare naturale per le donne di paesi "arretrati".
Si ricordi che l'esibizione del nudo femminile non era poi così scontata nel XIX secolo. Per evitare critiche o censure, gli artisti ricorrevano ad artifizi come il richiamo ai miti pagani (v. la "Paolina Borghese" del Canova, ritratta "come Venere vincitrice") o l'ambientazione esotica, come in questo caso. Il concetto che si veicolava si reggeva su un razzismo nemmeno troppo velato: ciò che sarebbe potuto apparire sconveniente per una dama dell'800 francese, poteva risultare naturale per le donne di paesi "arretrati".
giovedì 14 ottobre 2010
Pittoresco e sublime
Concetti teorizzati in Inghilterra tra Settecento e primo Ottocento a partire dalla pittura di paesaggio.
Pittoresco
Rappresentazione della natura secondo i criteri:
sudden variety (varietà): di vegetazione e architetture
roughness (irregolarità): presenza delle rovine
intricacy (intrico, complicazione)
- Nasce così il "giardino inglese" come ricreazione artificiale del paesaggio pittoresco
- Il paesaggio pittoresco induce così a sensazioni ed emozioni: la natura è sorgente del sentimento.
Alcuni esempi:
John CONSTABLE: http://www.ibiblio.org/wm/paint/auth/constable/
Joseph TURNER: http://www.ibiblio.org/wm/paint/auth/turner/
Sublime
Sentimento di piacere, attrazione e timore dinanzi alla contemplazione della natura o di opere d'arte al di sopra delle umane proporzioni.
Grandiosità, terrificante, tragico, mostruoso, infinito.
- bello: piacere estetico
- sublime: dolore estetico
"Tutto ciò che può destare idee di dolore e di pericolo, ossia tutto ciò che è in certo senso terribile, o che riguarda oggetti terribili, o che agisce in modo analogo al terrore, è una causa del sublime; ossia è ciò che produce la più forte emozione che l'animo sia capace di sentire"
Alcuni esempi:
Johann Heinrich Füssli: http://spazioinwind.libero.it/shanna/arte2.htm
Caspar David Friedrich: http://www.viaggio-in-germania.de/caspar-david-friedrich1.html
Francisco Goya: http://www.ibiblio.org/wm/paint/auth/goya/
Pittoresco
Rappresentazione della natura secondo i criteri:
sudden variety (varietà): di vegetazione e architetture
roughness (irregolarità): presenza delle rovine
intricacy (intrico, complicazione)
- Nasce così il "giardino inglese" come ricreazione artificiale del paesaggio pittoresco
- Il paesaggio pittoresco induce così a sensazioni ed emozioni: la natura è sorgente del sentimento.
Alcuni esempi:
John CONSTABLE: http://www.ibiblio.org/wm/paint/auth/constable/
Joseph TURNER: http://www.ibiblio.org/wm/paint/auth/turner/
Sublime
Sentimento di piacere, attrazione e timore dinanzi alla contemplazione della natura o di opere d'arte al di sopra delle umane proporzioni.
Grandiosità, terrificante, tragico, mostruoso, infinito.
- bello: piacere estetico
- sublime: dolore estetico
"Tutto ciò che può destare idee di dolore e di pericolo, ossia tutto ciò che è in certo senso terribile, o che riguarda oggetti terribili, o che agisce in modo analogo al terrore, è una causa del sublime; ossia è ciò che produce la più forte emozione che l'animo sia capace di sentire"
Alcuni esempi:
Johann Heinrich Füssli: http://spazioinwind.libero.it/shanna/arte2.htm
Caspar David Friedrich: http://www.viaggio-in-germania.de/caspar-david-friedrich1.html
Francisco Goya: http://www.ibiblio.org/wm/paint/auth/goya/
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